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VirtualBologna incontra Carlos Branca

                  Spettacoli teatro: VirtualBologna incontra Carlos Branca

Quando fare teatro è una necessità. Fisica.

Gli spazi del Circolo Pavese che hanno ospitato la rassegna "Nostrano variegato", si sono prestati a diventare, di volta in volta, uno scenario diverso. Nel dopo spettacolo, aperto al pubblico, attori e spettatori si sono uniti cenando e commentando insieme la messa in scena appena conclusa.

Stasera si respira un'aria particolare: sembra di essere in un locale di Buenos Aires. Le musiche di Astor Piazzolla in sottofondo, qualcuno accenna passi di tango, le empanadas come piatto forte del buffet. A confermare questa sensazione il regista Carlos Branca. Ci sediamo alla tavola imbandita attorno alla quale si erano confrontati i quattro attori di "Made in Argentina". Una piecè teatrale scritta negli anni ‘80: un fratello e una sorella si ritrovano a pranzo dopo gli anni del regime militare. Sono stati divisi da scelte di vita che li hanno separati: lei esiliata con il marito negli Stati Uniti, lui restato al paese con la moglie.

In "Made in Argentina", ci racconta Branca, "tutti e quattro personaggi hanno ragione. Mabelle e il marito medico sono dovuti scappare a causa del regime militare, mentre Negro e Jolie sono restati in Argentina non tanto per patriottismo, ma per l'attaccamento alla loro comunità. Sono nato qui e voglio morire qui".

Un confronto molto duro che viene raccontato in una forma che sembra leggera rispetto al tema trattato.

"La commedia è figlia del realismo che si è fatto in quel periodo in Argentina. Con estrema semplicità si raccontavano vicende molto complesse, come quella delle differenti motivazioni fra chi intendeva restare e chi aveva necessariamente dovuto andarsene".

Un tema e uno spettacolo adattabili alla stuazione dell'Argentina di oggi?

"Assolutamente sì".

Nel tuo lavoro torna spesso il tema della nostalgia. E' un sentimento davvero forte tra gli Argentini?

"Non a caso esiste il tango. La musica del tempo che era, la musica di  una nostalgia che è nata anche dai sentimenti degli italiani che erano emigrati a Buenos Aires".

La nostalgia nel tuo lavoro si lega all'esilio.

"Esilio. - si prende una pausa -  Ci si esilia da tutto. Dalla propria infanzia, dal primo amore. L'esilio è la mancanza di qualcosa. Emerge nella semplicità dell'opera che ho proposto. Non si può portare in una valigia un odore (citando la frase di uno dei personaggi)".

Altro tema di "Made in Argentina" e di altre opere di cui hai curato la regia, è il tema dell'identità.

"Da 7 anni collaboro con le madri, ora nonne, della Piazza di Maggio. Identità è un concetto molto difficile, perchè basta poco che si trasformi in razzismo. Io l'ho affrontato nel teatro tramite il Teatro por la identidad. Un modo di parlare del dramma dei bambini nati in prigionia, alla ricerca della loro vera identità. Parlo dei ragazzi che sono cresciuti nelle famiglie dei carcerieri dei loro genitori. Abbiamo lavorato con questi per raccontare le loro storie".

Fra queste storie di vita ce n'è qualcuna che ti ha colpito particolarmente?

"Tante storie. Penso che sia una fortuna per me aver potuto conoscere le storie dei bambini nati tra il 1976 e il 1982 (n.d.r. gli anni della dittatura) che ora sono diventati uomini".

"Hijos" (come il titolo del film di Marco Bechis) è lo spettacolo che porterai in scena nel 2010.

"All'estero e in Italia. Con Giorgio Barberio Corsetti stiamo cercando di fare una produzione che racconti queste storie, tutte terribili. Bambini che erano diventati un bottino di guerra, nell'idea del regime dei militari. Prima mi chiedevi di ricordarne qualcuna. Horacio, ad esempio, fin da piccolo si vedeva fisicamente diverso dai suoi genitori. Lui alto e moro, loro piccoli e biondi. Ha iniziato a capire che c'era qualcosa di strano, non tanto in quello che vedeva, quanto in quello che sentiva dentro".

Nel raccontare questa vicenda la mimica di Branca fa capire ad ogni parola la profonda partecipazione, in un certo senso anche fisica, a queste vicende.

"Tutti i ragazzi che ho conosciuto mi hanno parlato di una cosa che gli mancava. E' questa l'identità. Anche se è nell'inconscio. Ti faccio l'esempio di Juan. Lui sentiva di chiamarsi Juan. Il racconto di un'amica della sua vera madre ha confermato che in prigione lei lo teneva fra le braccia chiamandolo Juan, stesso nome del marito di cui aveva perso le tracce, fatto sparire dai militari".

Sono persone che non potranno mai essere risarcite.

"La verità e la memoria sono la loro giustizia".

Come hai vissuto da argentino questo dramma.

"Ai tempi del processo avevo 17 anni e non lo seguivo da vicino. Però come per tanti altri argentini, senti una sorta di paura inconscia per quella cosa. Per quella repressione che tanti hanno vissuto sul loro corpo".

Cosa provi quando senti espressioni del genere "in Italia si rischia di finire come l'Argentina"?

"Noi siamo tristemente celebri per questo". Sorride con amarezza Branca. "La cosa ha un piccolo lato positivo. Abbiamo la possibilità di trasformare il dolore in una lotta d'amore, di trasformare la vendetta in verità. E il diritto di sapere in galera chi ha compiuto certi crimini. Il messaggio è che questo non succeda mai più. Un messaggio che è valido anche per l'Italia".

Il teatro è un messaggio per gli Argentini?

"In Argentina si fa tanto teatro. Buono e cattivo. A Buenos Aires puoi trovare 500 opere in scena ovunque. Dal teatro Colòn ai garages".

Qui a Bologna approderà il musical argentino "Il mondo di Patty". Un teatro ben diverso dal tuo. Cosa ne pensi?

"Mi piace. Non faccio una questione di élite. E' un telefilm molto popolare e ha funzionato molto bene in Argentina. Se alla gente piace lo rispetto. Soprattutto perchè piace ai ragazzi. Molti attori di teatro, anche impegnato, si sono cimentati in questa produzione".

Spettacoli teatro: VirtualBologna incontra Carlos BrancaA te che hai lavorato con Luìs Bacalov, (n.d.r. Branca nel 2007 ha diretto l'opera "Estaba la madre"), invece, cosa piace?

"Mi sono dedicato alla lirica (n.d.r. ha curato la regia di molte opere in Argentina e, recentemente, anche in Italia). Come dice Bacalov se c'è una musica leggera, significa allora che l'altra è pesante?".

L'amore ti ha portato a Bologna. Cosa ami della nostra città?

"Ha una misura ideale. Venendo dagli 8 milioni di Buenos Aires è stato calarmi in un'altra realtà: mi mancava anche l'inquinamento, all inizio".

Visto che vivi a Bologna da anni... tortellini o tagliatelle?

"Quando ho provato per la prima volta i tortellini mi dicevo sono pazzi questi che mescolano un dolce con il salato. Soprattutto sentendo anche i tortelloni. Per non parlare di quelli di zucca... Ora non potrei farne più a meno. Delle tagliatelle conoscevo fin da piccolo il sugo classico alla bolognese che qui è tutta un'altra cosa".

Conoscendo entrambe le realtà cosa racconteresti di Buenos Aires e dell'Argentina ad un bolognese?

"Gli direi che è molto di più del tango. Dicevo prima dell'ampia proposta teatrale. Gli racconterei del grande pubblico che si interessa ad andare a vederla. Quanto alle nostre vicende, gli direi che non sono una storia. Che i morti di cui si parla erano persone vere. Ma come diceva Benjamin da un atto di crudeltà può nascere qualcosa".

Ovvero?

"Personalmente ho sentito una esigenza fisica di fare teatro, con tutto quello che era successo. Il teatro diventa necessario. Qualcosa che senti dentro e che devi portare fuori".

Carlos Branca torna a toccarsi il petto con la stessa espressione che aveva quando riferiva le storie dei "nipoti della plaza dos de mayo". La necessità di fare teatro e di raccontare ha la stessa urgenza fisica di conoscere la propria identità. Ora la sala del Circolo Pavese è deserta. Siamo restati noi sul palco, illuminati dalle luci. Come i temi che tratterà in "Hijos" che devono restare ben visibili nella memoria di tutti, anche quando terminerà la messa in scena.

Alberto Andreoli

 

 

 

 
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