Dal Baraccano a via dell’Inferno: itinerari ebraici a Bologna

 L’antico Ghetto Ebraico è certamente una delle zone più interessanti e suggestive dell’intero tessuto urbano. Un dedalo di viuzze e passaggi sospesi, ponti coperti e finestre microscopiche che riassume la storia di un’intera comunità, per anni costretta a ritagliare brevi spazi d’esistenza, limitati ma vivaci, tra le mura dei palazzi di ricchi mercanti e banchieri ebrei, e le botteghe (soprattutto di cenciaioli e piccoli commercianti) che animavano questa porzione cittadina.

La storia degli abitanti del “chiuso degli ebrei” è simile, grosso modo, a quella delle altre comunità giudaiche sparse per l’Italia: dopo un periodo di relativa integrazione in epoca medievale e moderna, nel 1555 papa Paolo VI decise (con l’emanazione della bolla Cum nimis absurdum) di separare nettamente gli ebrei dal resto della popolazione, segregandoli all’interno di una zona compatta e ben distinta: il “serraglio”, appunto, o Ghetto Ebraico.

Gli ingressi al quartiere erano diversi, tutti costantemente sorvegliati, aperti al mattino e sigillati al tramonto: uno all’inizio di via dei Giudei, un altro nel punto in cui via del Carro sbocca sull’attuale via Zamboni, un terzo in via Oberdan nell’arco che dà su vicolo Mandria attraverso vicolo Tubertini. Oggi l’unico accesso riconoscibile è il secondo, sotto il voltone che collega palazzo Manzoli-Malvasia alla chiesa di San Donato, del XVIII secolo.

Proseguendo sulla sinistra entriamo in vicolo San Giobbe, e, guardando in alto, vediamo i palazzi collegati tra loro da passerelle chiuse, corpi architettonici esuberanti che permettono di muoversi velocemente da un palazzo all’altro: era l’unica misura, in quegli anni, per sfuggire agli inseguimenti e alle ronde a cui, su autorizzazione comunale, veniva dato il via all’interno del ghetto. Tornando indietro verso via dei Giudei imbocchiamo via dell’Inferno, l’arteria principale che taglia a metà l’intero quartiere. Su questa strada si affacciavano gli ingressi alle abitazioni più grandi, che si moltiplicano a vista d’occhio: decine, infatti, le porte e i cancelli affacciati sulla strada. Ma attenzione: molte delle entrate sono falsi ingressi e altre, più defilate, erano nascoste da piante, in modo da facilitare la fuga dagli inseguitori; una pratica, quella di occultare le entrate, tipica dei quartieri ebraici.

 Noi cominciamo la nostra visita entrando da via dei Giudei, l’ingresso al ghetto che inizia da Porta Ravegnana. L’ampio slargo della piazza, su cui troneggiano le due imponenti torri e la chiesa di San Bartolomeo (dalla quale si dice che gli ebrei fossero costretti, la domenica, ad ascoltare la messa) lascia posto a spazi molto più angusti e limitati, attraverso lo stretto budello di via dell’Inferno; luoghi, questi, un tempo crocevia frenetico su cui mercanti, banchieri e cenciaioli esercitavano le loro professioni, le uniche, d’altra parte, a cui fosse concesso loro accedere.

Su via dell’Inferno si affaccia l’edificio religioso più importante del ghetto, restituito alla città dopo un restauro radicale (1955): si tratta della Sinagoga, tempio costruito a metà del 1800 e, in seguito, gravemente danneggiato dalla guerra. Una lapide sulla parete esterna testimonia la storia dell’edificio e le vicende della comunità ebraica legate agli anni di persecuzione. Proseguendo sul fondo del quartiere si arriva in via Valdonica, luogo in cui sorge il Museo Ebraico, istituzione nata per diffondere e preservare la cultura ebraica a Bologna. Centro di studi e attività di livello europeo, vale la pena visitarlo e chiedere informazioni sulle attività culturali, tra cui le interessanti visite guidate ai luoghi ebraici dei dintorni, conferenze e seminari di studio.

Proseguendo la nostra visita non resta che ammirare le minuscole piazze, raccolte su via dell’Inferno, i bei palazzi d’epoca restituiti alla città grazie a un impeccabile restauro terminato negli anni Ottanta, e l’intricato sistema di vicoli e stradine tipico delle Giudecche, in cui bisognava razionalizzare gli spazi e costruire abitazioni sfruttando l’altezza invece della larghezza.

L’itinerario può proseguire, adesso, oltre i confini del quartiere, penetrando all’interno del centro storico più ampio. Esistono, infatti, lungo il tessuto urbano, testimonianze di un passato in cui gli ebrei erano perfettamente integrati e coesi al resto della popolazione, parte integrante dello specifico culturale e sociale cittadino.

 Una delle testimonianze più significative in questo senso è Palazzo Bocchi, in via Goito, a pochi passi da piazza San Martino. Il palazzo, dall’elegante facciata manierista, fu affidato a Sebastiano Serlio e a Jacopo Barozzi, il Vignola, due degli architetti più importanti dell’epoca. Testimonianza di un momento di grande integrazione tra cristiani ed ebrei, il palazzo è l’espressione di un’alta borghesia cittadina che riassume nel committente, Achille Bocchi (un noto filosofo dell’epoca, a cui si deve anche l’istituzione di un’accademia di filosofia) il prestigio della ricchezza e la profonda consapevolezza dei tempi tipica degli uomini di cultura. A prova di ciò sulla facciata della costruzione, caso unico in Europa, troviamo due iscrizioni, una latina - “Sarai re, dicono, se agirai rettamente” - e l’altra in ebraico: “O Signore preservami dalle labbra menzognere e dal linguaggio ingannatore”. Una chiosa coltissima ad un periodo storico che, tra poco, sarebbe crollato separando nettamente le due religioni e, dunque, i due piani d’esistenza.

Tanto Palazzo Bocchi testimonia la grande passione culturale che animava il suo mecenate, quanto casa Ovadià Sforno è, invece, simbolo di un altro aspetto della dimensione sociale ebraica in epoca moderna: quella del commerciante e, in particolare, del banchiere e creditore. A pochi passi da Piazza Santo Stefano, in una delle zone residenziali più importanti di Bologna, l’abitazione del rabbìno Ovadìa ci restituisce la realtà quotidiana di un esponente di spicco della società religiosa ebraica, ancora più importante e “legato” alla città grazie alla propria attività di prestito economico.

Fino a tutta la metà del Cinquecento, infatti, gli Sforno esercitarono l’attività creditizia nello stesso palazzo, che ospitò sia l’abitazione della famiglia, sia l’oratorio privato. Conosciamo, grazie a un resoconto particolareggiato, l’esatto ammontare delle ricchezze custodite dall’abitazione, gli oggetti e le suppellettili che, prese insieme, ci regalano uno spaccato dell’allora vita quotidiana.

Infine, in questo breve “racconto per luoghi” della presenza ebraica a Bologna, merita una visita il Museo Medievale, a pochi passi dal ghetto, in via Manzoni, una traversa di via Indipendenza. Al suo interno sono conservate alcune lapidi monumentali provenienti dall’antico cimitero ebraico che si trovava in via Orfeo, fra la Chiesa del Baraccano e quella di San Pietro Martire, distrutto dopo l’espulsione degli ebrei dalla città. Le lapidi sono dedicate a Shabatài Elkanan da Rieti (1546), Avrahàm Jaghèl da Fano (1508), Menachèm Ventura (1555), e Joav da Rieti. Assieme al nuovo cimitero ebraico, che trova posto presso la Certosa, i due luoghi di riposo e memoria sono, allo stesso tempo, conclusione e nascita di una complessa porzione di Storia moderna e contemporanea insieme, di cui resta traccia, inaspettata e ricca, lungo le vie della città.


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