Bologna medievale

Un itinerario breve lungo i più importanti edifici medievali bolognesi

Mattoni rossi e portici, tetti a spiovente e colonne squadrate di legno, frecce conficcate lungo le travi a vista (si dice ne esistano oltre una decina) e chiostri fioriti decorati con cocci tradizionali. Bologna è, innegabilmente, medievale, nello spirito architettonico prima di tutto, ma anche nei colori e nelle proporzioni della città. Per accorgersene basta fare una passaggiata in centro, la zona che più ha conservato gli edifici di epoca trecentesca e quattrocentesca, e semplicemente guardarsi intorno.

L’inizio del nostro percorso non può non partire se non dagli edifici che di Bologna sono sempre state il simbolo: le due torri, quella della Garisenda e degli Asinelli. Costruzioni bizzarre, che dimostravano il valore e la potenza sia nobiliare che economica delle famiglie costruttrici (più erano alte e possenti, più i committenti avevano influenze in ambito cittadino). Bologna una volta ne era piena: si contano più di 80 torri sparse in città, vere e proprie abitazioni in cui gli ambienti, anziche succedersi in senso orizzontale, si incastravano l’uno sull’altro in verticale.

Ad oggi la torre degli Asinelli e quella della Garisenda sono le meglio conservate. Situate in fondo a via Ugo Bassi, arteria viaria principale assieme a via Indipendenza, le due costruzioni segnano il centro topografico cittadino, punto da cui partono tutte le più importanti vie della città, fino ad arrivare alle porte sui viali.

 Torre pendente più alta d’Italia, la Torre degli Asinelli è stata costruita tra il 1109 e il 1119. Alta ben 97,2 metri, la torre fu in passato utilizzata come prigione e come fortilizio. Fu, inoltre, dotata di una passerella sistemata all’altezza di trenta metri circa (seconda metà del Trecento) e collegata alla torre della Garisenda, dalla quale l’allora duca di Milano, Galeazzo Visconti, poteva tenere d’occhio il quartiere turbolento del mercato di mezzo (oggi la zona corrispondente a via Rizzoli) e anticipare sul tempo le sommosse che, all’epoca, si spargevano per il quartiere.

Grazie alle moderne tecnologie si è riusciti a ricostruire le varie fasi di innalzamento della torre, interessanti anche perchè si tratta di un costruzione unica e rarissima, per tipologia, su suolo nazionale. Con un basamento profondo più di sei metri, in un terreno argilloso, consolidato con l'infissione di pali di legno, la torre si innalza su un blocco di ciottoli e calce di cinquecento metri cubi, con una base quadrata di dieci metri di lato, pesante oltre mille tonnellate. Da qui partono due pareti di mattoni e in mezzo ancora ciottoli e calce fino a circa sessanta metri d'altezza. Infine l'ulteriore sopraelevazione eseguita dal Comune fino all'altezza attuale; sulla cima, una piattaforma di legno accolse una campana e un braciere per le segnalazioni luminose notturne.

Meno alta della gemella più celebre la Torre della Garisenda svetta a pochi metri di distanza.
Alta “solo” 48 metri, caratterizzata da un fortissimo strapiombo (3,2 metri), è stata da sempre simbolo dell’arte dei Drappieri, da cui fu acquistata nel 1400.

Notata da Dante durante uno dei suoi soggiorni cittadini, la torre viene citata più volte nella Divina Commedia e nelle Rime:
“Qual pare a riguardar la Garisenda
sotto 'l chinato, quando un nuvol vada
sovr'essa sí, che ella incontro penda
tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare”

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXXI, 136-140 .

 Voltando le spalle alle torri ci troviamo esattamente davanti lo slargo di Piazza di Porta Ravegnana. Snodo centrale e frequentatissimo dei percorsi cittadini, sulla piazza si affaccia una delle più belle costruzioni medievali cittadine, il Palazzo dei Drappieri o degli Strazzaroli. Costruito in epoca bentivolesca (tra il 1486 e il 1496) la facciata è uno straordinario esempio di architettura rinascimentale, estremamente raffinata pur utilizzando il materiale povero per eccellenza ma rigorosamente tradizionale qui a Bologna, il mattone rosso. Decorata con eleganti paraste e morbide trifore, che ne ritmano e modellano la superficie, l’impianto si completa con una nicchia centrale d’epoca seicentesca che custodisce una Madonna cinquecentesca; normalmente protetta da una tenda, viene scoperta solo in occasione delle festività dedicate alla Madonna di San Luca. La merlatura, infine, riprende lo stesso motivo della medesima decorazione nella Torre degli Asinelli.

Attraversando la strada portiamoci, lasciando alle nostre spalle l’imbocco di via Zamboni e del quartiere ebraico, verso via Santo Stefano, per visitare una delle piazze più suggestive della città, piazza Santo Stefano, e soprattutto ammirare la straordinaria costruzione che anima l’intero spazio: la Basilica di Santo Stefano.

 È forse uno dei luoghi più rappresentativi della religiosità bolognese, poco legata alle istiuzioni ecclesiastiche ma radicata in uno spirito di fede autentica e popolare. Il complesso monumentale delle Sette Chiese (la basilica è formata da più edifici di epoche diverse accorpati l’uno all’altro) è ricordato già nell’887 come “Santa Gerusalemme”. Si dice che a progettarlo e fondarlo fu il vescovo bolognese, oggi patrono cittadino, Petronio (431/32-450), che avrebbe riprodotto e dedicato al Protomartire cristiano Stefano i luoghi della Passione di Cristo, visitati in un suo viaggio in Terrasanta.

Costruito, secondo tradizione, sull’area in cui sorgeva un tempio dedicato ad Iside, il complesso delle Sette Chiese è costituito da diversi edifici, tutti molto antichi: la chiesa di San Giovanni Battista (o del Santo Crocefisso) risale all'VIII secolo, la chiesa del Santo Sepolcro, datata intorno al V secolo e ristrutturata nel XII secolo, quella dei Santi Vitale ed Agricola risale al V secolo (ma fu rifatta nell'VIII secolo e successivamente nell'XI secolo); attraversando il "cortile di Pilato", portico del Duecento, si raggiunge la chiesa della Trinità, che viene datata alla fine del 1200.

Pur separate e distinte l’una dall’altra per stile, architettura e disposizione, le chiese sono comunque collegate tra loro da una serie di passaggi interni, che ne fanno un affascinante e misterioso dedalo di luci e ombre, reso ancora più suggestivo dalla bellezza delle forme architettoniche antiche, pressochè intatte anche dopo i numerosi restauri e rifacimenti moderni.

 Lo spirito che portò alla costruzione di Santo Stefano è simile, per epoca e matrice religiosa, a quello che diede vita alla Basilica di San Petronio, l’edificio che, troneggiando su piazza Maggiore, meglio rappresenta e simboleggia non solo la storia della città emiliana, ma anche il carattere, da sempre risoluto e deciso, della popolazione cittadina. Torniamo indietro, dunque, fino a via Ugo bassi e seguiamola lungo i bei palazzi novecenteschi che costeggiano il mercato vecchio, dove la mattina è possibile fare spesa. Girando l’angolo a sinistra, sotto i portici da cui ancora pendono i tendaggi di una vecchia sala da ballo, ci troveremo all’imbocco della bella piazza Maggiore, salotto principale della città, su cui si affaccia l’imponente Basilica dedicata al santo patrono della città, il vescovo Petronio.

Di proporzioni gigantesche (132 metri di lunghezza e 60 di larghezza, con un'altezza della volta di 45 metri), è la quinta chiesa più grande al mondo. La sua costruzione fu voluta a partire dal 1390 dai cittadini bolognesi che, non ancora sotto l’egida dello stato Pontificio, godevano di una profondità religiosa autentica e libera. Antonio di Vincenzo, l’architetto incaricato della sua progettazione, concepì una grande chiesa in stile gotico (una delle poche su territorio italiano) che per dimensioni superasse quella di San Pietro a Roma. Nonostante il prolungarsi dei lavori, che durarono per almeno due secoli, la chiesa divenne subito punto di riferimento della vita religiosa e politica della città: tra i tanti avvenimenti ufficiali ospitati tra le mura della basilica ricordiamo almeno l’incoronazione a imperatore di Carlo V nel 1530.

Dall’esterno si può ammirare la bella facciata romanica in marmo bianco e rosa (incompleta, ma con dei preziosissimi rilievi opera di Jacopo della Quercia, uno dei più importanti scultori rinascimentali italiani) e, entrando, non possiamo non restare colpiti dalla grandezza degli spazi e dal respiro gotico internazionale che offre l’edificio. I bei pilastri compositi, l’elegante cornice delle volte e l’imponenza dello spazio centrale, circondato da cappelle luminose e colorate, è uno dei risultati più alti del gotico europeo.

 Proseguiamo il nostro itinerario attraverso gli edifici che maggiormente rappresentano la Bologna del medioevo e del primo rinascimento, e diamo uno sguardo agli edifici che circondano il “crescentone”, l’ampio gradino che riempie quasi per intero, con un unico rialzo, la pavimentazione della piazza. Alla nostra sinistra troviamo il bel Palazzo dei Notai, un’elegante costruzione gotica antica sede della corporazione notarile voluta per conservare i documenti relativi all’attività dei notai bolognesi. Realizzato a partire dal 1381, ultimato nel 1437, il palazzo ha subito numerosi restauri ma rimane comunque uno degli edifici più belli su suolo cittadino. Al suo interno si possono ammirare gli antichi soffitti a cassettoni lignei, gli affreschi tardo quattrocenteschi e trovare l’antico stemma della corporazione dei notai: tre calamai con penne d’oca su fondo rosso.

 Accanto Palazzo dei Notai, proprio di fianco alla Basilica di San Petronio, ecco l’edificio che è stato fino al 2008 sede unica degli uffici comunali, oggi spostati in una nuova zona della città. Palazzo d’Accursio, costituito da un insieme composito di costruzioni tra le quali la più antica è datata intorno al Duecento e comprendeva, tra l’altro, l’abitazione di Accursio, uno dei maestri del Diritto presso la neonata università. Da quando, nel 1336, divenne residenza degli Anziani - l’organo di governo della città comunale - è la sede del governo cittadino.

Il palazzo, che ha subito numerosi restauri e rifacimenti, conserva comunque intatta la bella struttura medievale (il grande cortile centrale porticato, la scala per l’accesso dei cavalli, oggi scalone monumentale, le decorazioni della facciata) è dopo San Petronio l’edificio più imponente ad affacciarsi sulla piazza. Da notare la bella Madonna con Bambino del 1478 (ad opera di Niccolò dell’Arca) incastonata come una gemma a coronare l’ingresso del bel palazzo quattrocentesco.

 Concludiamo il nostro breve itinerario lungo gli edifici che più di altri testimoniano la storia medievale bolognese con uno dei luoghi che, a metà tra storia e curiosità, caratterizza più di tutti la città bolognese. Sotto il bel Palazzo Re Enzo, nel quale il figlio di Federico di Svevia, Enzo appunto, venne rinchiuso in seguito alla cattura nel Duecento, si apre un ampio quadriportico ricoperto da volte a crociera. È qui che turisti e curiosi si alternano durante tutto l’arco della giornata rannicchiandosi negli angoli del portico e sussurrando qualcosa; le loro voci, moltiplicate dall’eco dell’architettura e dalla peculiare formazione spaziale, rimbalzano da un angolo all’altro come un bizzarro telefono senza fili. Forse quello che resta della Bologna medievale è proprio questo: un’eco lontana, eppure vivida e tonante, che circonda l’intero centro storico, dalle viuzze del mercato antico ancora attivo al baccano nelle piazze, luogo d’incontro e di schiamazzi benevoli, dalle acque sotterranee che ancora attraversano il sottosuolo fino ai palazzi nobiliari e pubblici, dalle modanature intarsiate e riche, come le merlature più alte della bella torre pendente.

 
 
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