Le nobili stanze: un percorso lungo le più belle residenze private bolognesi

 In tempi recenti città rossa per eccellenza, Bologna è stata in passato sede di famiglie nobiliari e casati illustri. La loro presenza, oltre che dalla nutrita storiografia e dalle ricche collezioni d’arte che portano il loro nome (la raccolta Davia Bargellini, ad esempio, o il Parco Sampieri-Talòn) è testimoniata anche dagli splendidi palazzi, costruiti a partire dal Medioevo fino ad arrivare all’epoca Napoleonica. Una passeggiata per il centro città, man mano allargata  alle mura, ci guiderà lungo le testimonianze architettoniche di questi antichi passati nobiliari.

Il nostro percorso prende il via dal luogo che, per eccellenza, è stato sempre il simbolo della vita politica cittadina e la ribalta dei fasti d’alto lignaggio, pubblici e privati. Piazza Maggiore offre almeno due punti di partenza privilegiati per il nostro itinerario: il suggestivo Palazzo Re Enzo e l’imponente Palazzo d’Accursio, entrambi simboli dei poteri politici cittadini: il primo della Signoria che per secoli dominò Bologna, i Bentivoglio, e il secondo del governo laico e cittadino, sede tutt’oggi del Comune e delle sue istituzioni.

Cominciano il nostro giro, lasciandoci alle spalle la bella fontana cinquecentesca del Nettuno, da Palazzo Re Enzo, uno degli edifici più suggestivi della città. Costruito a partire dal 1245 ampliando il vecchio Palazzo del Podestà (perciò chiamato Palatium Novum) questa elegante costruzione medievale sarà sempre legata alla figura di Re Enzo, al secolo Heinrich di Svevia, figlio illegittimo di Federcio II di Svevia che, catturato dall’esercito bolognese visse rinchiuso qui per diversi anni, fino alla morte. Entrando dalla scalinata che conduce al bel cortile, uno dei pezzi di  architettura medievale meglio conservati della città, si può sostare presso il pozzo, ancora funzionante, o salire la scalinata alla nostra sinistra, che porta al bel terrazzo al piano superiore, su cui si apre un’ampia loggia dalle volte a crociera. È facile immaginare il prigioniero in conversazione con le dame e gli altri ospiti del castello, anche perchè le fonti parlano di una prigionia resa comunque il più possibile gradevole. Da qui è, inoltre, possibile accedere a tutte le altre sale del castello, costruite e accorpate alla struttura iniziale col passare degli anni: la Sala del 300, ad esempio, progettata da Bartolomeo Vivarini – lo stesso che costruì parte della basilica di San Petronio – o la bella Sala del 600, completamente affrescata in stile liberty. Una volta tornati al piano inferiore voltiamoci e guardiamo in alto: sul palazzo troneggia il bel campanile merlato, basso e possente, che racchiude la leggendaria campana di Re Enzo. Fortunatamente (secondo un’antica credenza popolare) in silenzio da decenni, si dice che suoni solo per portare cattive notizie.

Appena usciti dal palazzo, alla nostra sinistra troviamo la lunga facciata di Palazzo d’Accursio, sede del Comune, che domina tutta piazza Maggiore.

Lontano dall’essere una costruzione unitaria, il palazzo è una congerie di stili e interventi architettonici successivi. Inizialmente residenza di Francesco Accursio, uno dei giuristi appartenenti al’antico Studium bolognese, divenne poi sede degli Anziani (il consiglio comunale) e infine sede della governo cittadino. Guardando verso l’ingresso principale vediamo la bella Madonna col Bambino, opera in terracotta di Niccolò dell’Arca, uno dei più grandi scultori rinascimentali bolognesi. Entrando nel grande cortile, non senza ammirare le grandi volte che ricoprono i portici, imbocchiamo l’ampia scalinata alla nostra destra, che conduce al piano superiore, dà accesso alle sale di rappresentanza e al museo Morandi, che qui ha sede. L’intero palazzo è disseminato delle memorie delle vicende storico-politiche della città, grazie a quadri e sculture che ne popolano gli ambienti.

Usciamo e torniamo, attraverso il cortile, in Piazza Maggiore, e proseguiamo verso via D’Azeglio seguendo il profilo del palazzo comunale. Sul secondo tratto della via incontriamo, alla nostra sinistra, Palazzo Bevilacqua, uno dei più bei palazzi cinquecenteschi bolognesi. Presenza insolita per il tessuto architettonico cittadino, il palazzo si rifà chiaramente al grande rinascimento toscano, riprendendone i motivi in facciata (il bugnato che lo ricopre è, significativamente, molto simile a quello di Palazzo dei Diamanti di Ferrara) con delle eleganti bifore a ritmare l’ampia superficie del prospetto. In basso un lungo sedile in pietra (“panca di via”) ci ricorda delle antiche usanze che legavano la popolazione alla nobiltà: su qusta panca, infatti, sedevano i lavoratori legati alla famiglia in attesa degli ordini, di incontrare i superiori o con la richiesta di un’occupazione. All’interno ci accoglie uno splendido cortile rinascimentale, simile a quello di S. Giacomo Maggiore, decorato con un fregio pittorico attribuito ad Amico Aspertini, protagonista eccentrico del tardo rinascimento bolognese. La fama del palazzo è, infine, legata a una delle vicende storiche più importanti della modernità: all’interno di alcune sue sale si tennero, infatti, alcune sedute del Concilio di Trento.

Una volta tornati in Piazza Maggiore, appena svoltato l’angolo di via D’Azeglio, di fronte a noi si affaccerà il bel palazzo dei Banchi, un’opera paradossale in piena chiave manierista. La lunghissima facciata, che occupa un intero lato della piazza non è altro che un’elegante soluzione scenografica. Concepita per rendere le abitazioni alle sue spalle più unitarie e “dignitose” rispetto al resto degli edifici che si affacciano sulla piazza, il palazzo venne progettato e costruito da Jacopo Barozzi, uno dei più importanti architetti cinquecenteschi, che fece della lunga facciata uno strumento di unificazione (visiva e spaziale) degli edifici retrostanti, costruiti più di un secolo prima.

Proseguendo verso il portico dei Banchi e girando a sinistra, verso via Rizzoli, arriviamo ai piedi delle due torri, da cui parte Strada Maggiore. Il Museo della Musica, che troviamo a metà della via, al numero 34, è ospitato all’interno di uno dei più bei palazzi nobiliari ottocenteschi che Bologna conservi.

Costruito agli inizi del Cinquecento, Palazzo Sanguinetti apparteneva alla famiglia dei Loiani, nobili di rilievo nella vita politica bolognese, e si diceva fosse la più bella casa della città. In seguito acquistato dalla famiglia Riario (1569), il palazzo venne adeguato ai canoni nobiliari del tempo: si costruì l’elegante scalone affrescato che vediamo entrando, alla nostra destra, e si accorparono i diversi edifici che, integrati l’uno all’altro, ne fecero un unico insieme. Per questo, attraversando le varie sale, si ha l’impressione di trovarsi in un labirinto: gli ambienti sono collegati da passaggi sfalsati, e ampie camere e salotti (oggi sale espositive) si aprono all’improvviso dopo brevi corridoi. Di famiglia in famiglia, il palazzo fu infine acquistato dalla famiglia Aldini, che lo ristrutturò completamente: fu, in particolare, abbassato e diviso in due stanze il grande salone cinquecentesco che si trovava in corrispondenza delle camere più ampie dell'attuale Museo: il vestibolo, o Sala delle Virtù, e la Sala delle Feste. Risalgono, infine, a questa fase le principali decorazioni, che tutt'ora rendono questo palazzo un bene storico-artistico straordinario, tra i più importanti monumenti italiani d'età neoclassica. Donato al comune di Bologna verso la fine degli anni Ottanta, il palazzo ospita oggi una delle più importanti istituzioni museali dedicate alla storia della musica, il Museo Internazionale della Musica.

Da Palazzo Sagnuineti di nuovo in Strada Maggiore per avanzare – nel portico che si trova di fronte a noi – verso Casa Isolani, non un palazzo nobiliare ma forse la più famosa abitazione civile della città. Squisitamente medievale, ancora perfettamente conservata, Casa Isolani fu costruito nel 1250, è in stile romanico-gotico e vanta il portico in legno più elevato della città. Le finestre ricordano quelle di Palazzo Bentivoglio, e il cortile è in gran parte conservato, compresa parte dei capitelli angolari. Dal portico d’ingresso il cortile si allunga fino alla fine del complesso abitativo, attraversando l’isolato e sbucando nell’adiacente Piazza Santo Stefano. È questa una caratteristica delle case del tempo: molte, infatti, si affacciavano su cortili coperti e allungati, che diventavano un lungo “cortile comune” per più abitazioni.

Da Piazza Santo Stefano, su cui Corte Isolani si affaccia, torniamo verso via Ugo Bassi e, alla fine del bel portico rinascimentale, guardiamo alla nostra sinistra: come uno scrigno di proporzioni gigantesche ecco l’elegante Palazzo della Mercanzia, edificio gotico in marmo e laterizi costruito tra il 1384 e il 1391 da Antonio di Vincenzo, l’architetto che realizzò il Palazzo dei Notai e parte della Basilica di San Petronio. Il palazzo è comunque uno degli edifici più interessanti della città, custode un tempo del Foro dei Mercanti, organizzazione commerciale cittadina fondamentale per il rilancio economico di Bologna. All’interno dell’edifico ha sede, oggi, la Camera di Commercio. Notevoli sono l’atrio e la bellissima Sala Consiliare.

Superando la bella loggia gotica del palazzo e svoltando alla nostra sinistra, lasciandoci le torri alle spalle, imbocchiamo via Castiglione, che ha conservato le proporzioni strette e allungate delle antiche vie cittadine. Un piccolo slargo indica la nostra prossima meta: i due Palazzi Pepoli, residenze delle famiglie gentilizie salite alla ribalta della cronaca bolognese quando, nel 1334, la loro signoria si instaurò a Bologna donando alla città un periodo di grande prosperità economica; prosperità che si rinnovò e proseguì quando, nel XV secolo, si legarono alla famiglia dei Bentivoglio ricoprendo incarichi di fiducia.

I palazzi che abbiamo di fronte sono due: uno più antico (che occupa i numeri dal 6 al 10 di via Castiglione), residenza medievale della famiglia, formato da vari blocchi costruiti in epoche differenti; il secondo, invece, di concezione barocca, costruito durante la seconda metà del Seicento, fu realizzato in occasione dell’investitura a senatore del conte Odoardo Pepoli. Entrano nel cortile si resta affascinati dalla sontuosità della decorazione architettonica e dall’imponente scalone d’onore decorato con cornici e stucchi, che celebrano i trionfi storici della famiglia. L’intero palazzo, come si intuisce visitandone le sale al piano superiore, ricchissime per decorazioni e opere conservate, è concepito per essere cornice scenografica e glorificatrice dell’attività politica dei Pepoli. All’interno i visitatori possono ammirare, oltre agli spazi lussuosi e suggestivi di un antico palazzo nobiliare, anche opere d’arte di grande prestigio: tra tutte Il Trionfo di Ercole e l’Olimpo di Giuseppe maria Crespi.

Chiudiamo il nostro piccolo tour presentando uno dei palazzi antichi della città che ha vissuto un ruolo più eccentrico rispetto alla sua crazione e alla sua storia. Attraversando piazza di Porta Ravegnana, lasciandoci alle spalle via Castiglione, arriviamo in via Zamboni e, infine, in Piazza Verdi. Il palazzo che occupa l’angolo destro della piazza è Palazzo Paleotti, famoso tra gli studenti per essere stato, per anni, mensa universitaria, frequentatissima sala studio e biblioteca universitaria. Una destinazione ben diversa da quella pensata in origine, quando il palazzo venne reso ristrutturato per essere residenza della famiglia senatoria dei Paleotti (XVII secolo). Formato da un antico blocco medievale man mano rimaneggiato, Palazzo Paleotti subirà innumerevoli rifacimenti, fino all’attuale sistemazione in biblioteca e centro multimediale dedicato agli studenti dell’università.

 

 
 
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