Paola Turci al Sonica Festival

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In uno stato di Karma apparente

"La storia degli altri ci insegna la nostra". A dirlo è Paola Turci dal palco del Sonica Festival, il bell'appuntamento musicale che ogni estate offre la possibilità di ascoltare dal vivo (e gratuitamente!) ottima musica, sotto gli alberi del Pardo della Mezzaluna di Sant'Agata Bolognese. Se non fosse stato per la segnalazione di uno dei miei più cari amici mi sarei perso la possibilità di godere (verbo utilizzato più volte dalla stessa Turci nei discorsi tra una canzone e l'altra) dell'esibizione della cantante romana. In una forma strepitosa, sa coinvolgere un pubblico, magari non numerosissimo, ma molto attento. Lei ribadisce più volte che non apparendo in televisione da tempo si sorprende dell'affetto che il pubblico le tributa. Attende da mesi questa serata che già dalle prima canzoni sa fare sua.

Certo, per uno che credeva che la vita fosse come il Festivalbar, Paola Turci è una sana boccata di rock cantautoriale. Amore, universo femminile e mondo sociale circostante le direzioni della sua ricerca come artista. Con un quadro di riferimento molto preciso: Domenico Modugno lo considera un padre, Fabrizio De André un maestro e attribuisce a Giorgio Gaber il merito di aver sviluppato il suo senso critico. Durante la sua versione di un classico come "Dio come ti amo" mi arriva un sms quasi preoccupato di un amica: "ma sei andato a vedere Paola senza Chiara e senza nemmeno la Paola giusta?" Ebbene sì ho una vita musicale che trascende le sorelle Jezzi e Paola Turci, ammetto, l'ho sempre apprezzata. Di solito agli altri tocca fare coming out sulle derive pop mentre a me tocca lo stesso destino sugli approdi d'autore. Non immaginate la fatica di non potersi concedere una pausa dal trash... Tra i vari pezzi proposti nel concerto di giovedì 11 luglio, mi colpisce la mia preferita: "Stato di calma apparente". Brano che conservo gelosamente in versione cd singolo nella mia collezione.

Il mio karma mi riporta in quel parco dove ho visto tanti concerti con amici con i quali ho perso i contatti (tra i quali uno che diceva che se Patty Smith fosse stata gnocca, allora sarebbe stata Paola Turci). Singolare tornarci per ascoltare proprio le canzoni della Turci che considero la cantrice degli abbandoni. Mi spiego. Credo che poche interpreti femminili siano riuscite a descrivere così compiutamente il distacco dalla persona amata. Ad esempio in "Ringrazio Dio" c'è tutta la rabbia della donna appena piantata che si augura che al suo uomo appena andato via non venga più concesso neanche un po' di affetto, per intercessione divina. In "Io e Maria", l'amica si immedesima nella mentalità dell'ex che l'ha appena lasciata e la vede così bella che quasi le sembra uno spreco il fatto che sia stata abbandonata. Ma anche quando è lei a lasciare in "Volo così" mantiene una incisiva lucidità: riesce a riprendersi i sogni, le speranze, le illusioni e tutto quello che il suo lui conosce di lei e ricomincia a vivere, tanto da volare. Infine in "Attraversami il cuore" si riconosce che l'amore si può mancare per un attimo. E ci si scioglie nel momento in cui è più forte il sentimento per il timore che il lui tanto cercato se ne vada.

Insomma soffre più chi lascia o chi è lasciato? Certo è una domanda scontata ma potessi intervistare la Turci gliela sottoporrei sicuro di non riceverne una risposta banale. Nell'attesa di questo improbabile evento, lasciare o essere lasciati presuppone la rottura di una relazione. L'amarezza emerge quando ci si accorge che il legame viveva unilateralmente e dall'altra parte non si provava un sentimento della stessa entità. O peggio, non si provava nulla. Nel momento successivo all'abbandono acquisiamo la capacità degna di chi ha completato tutti i rebus della Settimana Enigmistica: finalmente abbiamo tutte le chiavi. Rileggiamo lettere, mail, sms, eventi e comportamenti quando qualcuno ha già forzato la nostra serratura, direbbe la Oxa. L'indifferenza altrui (altra caratteristica del nostro tempo stigmatizzata dalla Turci) diventa il nostro tormento finché non riusciremo a chiudere la partita ripagando l'ex con la stessa moneta. Imparzialità che si traduce nell'insensibilità. Una comodità che i miei fervidi impulsi emotivi non mi permettono di concedermi. Così, chiacchierando con il caro amico che mi accompagna mi sfugge l'avverbio quasi, smentendo freudianamente il mio percorso di cancellazione di un vecchio amore che gli avevo trionfalmente annunciato da poche settimane.

Vorrei, da uomo, riuscire a capire come le donne cantate dalla eterna ragazza di Roma riescano davvero a chiudere con il passato, lasciandosi tutto alle spalle. Vorrei che la Turci non ci abbandonasse. Che ogni tanto un concerto lo tornasse a concedere. Anche a lei è toccato interpretare canzoni estive che credo oggi rifugga come la peste (vedi "Pedalò (Il bagnino e la ragazza)"), tra motivi biografici e scelte artistiche. Alla fine le scappa una "Questione di sguardi" dicendo che la dedicava a chi la apprezzava nel periodo in cui andava in televisione. Ovviamente immagino si riferisse a me.

 

(la foto a corredo del post è tratta dal profilo Facebook di Paola Turci)

 
 
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