Credevo che la vita fosse come il Festivalbar

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Quando la musica collega piano individuale e sociale

Lo ammetto: credevo che la vita fosse come il Festivalbar. Una vita festosa che iniziava a giugno e finiva a settembre. Giusto il tempo di godere dell'estate, della sua luce e del suo calore, come della sospensione degli appuntamenti lavorativi: la bella stagione.
Il tempo della vacanza, ferie lavorative che racchiudono il significato non secondario di assenza. Una pausa salubre che determina il procrastinare degli eventi, non sempre in maniera opportuna. Ci si stacca dalla propria routine, si diradano gli impegni e di conseguenza le ansie si placano. Un periodo non per questo meno fecondo durante il quale emergono riflessioni, anche intime, e le idee prendono forma. Aumenta il tempo da dedicare ad attività piacevoli, come l'ascolto della musica. Ogni anno, dal 1963 al 2007, per gli Italiani l'estate coincideva con la stagione del Festivalbar.

Non è mio compito ripercorrere la storia di questa manifestazione canora. A differenza di Sanremo che non sempre ha premiato l'artista preferito, il Festivalbar è stato tautologico. Ovvero ha riconosciuto ai brani musicali e ai cantanti più amati dal pubblico, lo status di colonna sonora di quell'estate (spesso senza preoccuparsi troppo della qualità proposta). Così irrimediabilmente alcuni brani si associavano a determinati momenti. Un esempio? Le notti magiche di Gianna Nannini e Edoardo Bennato sono parte integrante dei Mondiali di Calcio del 1990. Tanto da sovrapporre le immagini sportive alle note musicali che a loro volta richiamano altri avvenimenti storici. Le canzoni, quindi, rimandano ad altri significati con quel potere evocativo che solo la musica possiede. Forse più di alcuni profumi, sapori o immagini del nostro passato sanno coinvolgere i sensi e resistere al tempo. O meglio sanno fissarne periodi. Ma la vita non si limita alle canzoni. Insomma, non è il Festivalbar.

Eppure continuo a credere che la vita non sia nemmeno così lontana dal Festivalbar. Per questo ho preso in prestito parole di canzoni per seguire un mio filo conduttore narrativo. Intrecciandole a esperienze personali, ho iniziato a scrivere un romanzo nell'estate 2010: Credevo che la vita fosse come il Festivalbar (quando si ha una sola idea...). Sottotitolo: ottimi amici, pessime canzoni. Ho conosciuto davvero amici meravigliosi e vi assicuro ho ascoltato il peggio che la musica leggera abbia prodotto negli ultimi cinquanta anni. Nonostante le romanze liriche che cantava mia nonna, i dischi di jazz di mia madre e i consigli di classica di mio padre, Citando il mio Professore del ginnasio, la musica è stata per me una musa drogata. Piena di falsi idoli da venerare, ha generato di volta in volta il biasimo o il sorriso di chi mi stava vicino in quel momento della mia vita.

Non voglio limitarmi al mio microcosmo: sono convinto che le canzoni siano un aspetto culturale irrinunciabile per descrivere l'Italia. Senza accreditare l'idea che il nostro sia un paese da canzonetta, ma il Paese della musica. Basti pensare alle primarie del Pd che hanno avuto come ribalta mediatica lo studio del programma musicale X Factor. O all'immediatezza del meno male che Silvio c'è, inno del Pdl che attinge all'immaginario discografico. Esempi che mi hanno fatto pensare che la musica leggera si lega a tanti aspetti sociali e da questi trae nuova linfa. Mi ha colpito che il canto partigiano Bella ciao di ieri venga intonato in questi giorni dai manifestanti in Turchia.

Forse è azzardato sostenere che gli Italiani in passato erano divisi tra Verdi e Puccini mentre oggi tra Vasco e il Liga? I tempi e i valori e di conseguenza gli artisti cambiano, ma le melodie risuonano nel nostro dna (anche se nel mio abbondano geni mutanti). La musica a mio avviso collega il piano individuale a quello sociale. Parafrasando alcuni versi di Luca Carboni, posto che sia vero che a salvarmi nella vita siano state certe canzoni, altrettanto credo che nel mondo che mi circonda la musica leggera abbia il suo aspetto pesante. Insomma la vita sarebbe come il Festivalbar.

Premesso questo, inauguro uno spazio di narrazione che al momento non è una rubrica, né un blog. Il sito internet del quale sono stato redattore e coordinatore di redazione ho pensato fosse lo spazio più vicino alla mia sensibilità per allargare i post che pubblico su Facebook e per seguire le indicazioni lusinghiere dei tanti amici che mi esortano a scrivere. Non credo di avere un grande talento. Non penso nemmeno che il mio libro vedrà mai le stampe. Penso però che chi abbia uno spirito creativo, quale sia il suo campo, debba prima o poi fare i conti con se stesso e con il bisogno di esprimerlo. La scrittura nel mio caso è un lusso che non potrei permettermi. Ma anche la fantasia è una realtà che non tutti possono permettersi.

Alberto Andreoli

 
 
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