L'Archiginnasio

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L'Archiginnasio si affaccia sul fianco sinistro della basilica di San Petronio e su piazza Galvani ed è uno dei palazzi più significativi della città di Bologna. Fu sede, fino al 1803, dell'antica Università e dal 1839 è sede della Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio. La costruzione dell'Archiginnasio fu commissionata nel 1562 da papa Pio IV Medici che assegnò il progetto ad Antonio Morandi, detto il Terribilia. Il complesso inglobò un certo numero di costruzioni preesistenti. Scopo dell'opera era raggruppare in un'unica sede le varie facoltà universitarie - fino allora disperse nei vari quartieri di Bologna - con l'intento di togliere loro ogni autonomia. L'Archiginnasio (in greco "prima scuola") è quindi il risultato di un'operazione di potere che, iniziata al tempo dell'oligarchia comunale, fu portata a termine dai rappresentanti pontifici.

Il prospetto principale presenta un portico di 30 arcate e si articola su due piani intorno a un cortile centrale. La corte interna ingloba l'ex chiesa di Santa Maria dei Bulgari, che conserva i resti di un ciclo di affreschi con "Storie della vita della Vergine" del pittore bolognese Bartolomeo Cesi: uno dei maggiori esponenti della cultura figurativa del Trecento bolognese. Due ampi scaloni conducono al piano superiore che conteneva le sale di studio dei legisti (studenti di giurisprudenza) e degli artisti (studenti di altre materie). Le corrispondenti aule magne sono la Sala dello Stabat Mater e la Sala di Lettura dell'odierna Biblioteca Comunale. A testimonianza della lunga storia universitaria del palazzo è rimasto un enorme complesso araldico murale, composto da 7.000 stemmi studenteschi e iscrizioni in onore dei professori, che fortunatamente si salvò dalla distruzione ingiunta dal governo repubblicano nel 1797 e dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Al primo piano è ancora visibile il teatro anatomico (che fu costruito su progetto di Antonio Levanti nel 1637). Qui si tenevano un tempo le lezioni di anatomia e si eseguivano le autopsie ad uso didattico. La sala, costruita in legno d'abete, è caratterizzata da una cattedra, dove sedeva il professore, sovrastata da un baldacchino retto da due statue di uomini nudi e privati della pelle, detti "gli spellati", famosa opera settecentesca di Ercole Lelli, che si può a ben diritto definire come un connubio tra arte e scienza. Le numerose statue che decorano le pareti rappresentano medici dell'antichità e della contemporaneità, in busto se ritenuti meno importanti, a figura intera se ritenuti di grande importanza. Le due statue principali, alla destra dell'entrata, raffigurano Ippocrate e Galeno, rispettivamente il più importante medico greco e il più importante medico romano. Una statua interessante, sulla parete opposta alla cattedra, raffigura un medico che regge in mano un naso: si tratta del bolognese Gaspare Tagliacozzi, precursore della rinoplastica.

Qualche curiosità...

Sia i legisti che gli artisti disponevano di dieci aule, ma quelle dei legisti, considerati "studenti di serie A", erano tutte disposte lungo il corridoio principale. Legisti ed artisti salivano al primo piano mediante due scaloni distinti, giacché non intendevano in alcun modo mescolarsi.

Fra gli stemmi degli studenti, se ne distingue uno in particolare, di uno studente peruviano, ciò indica l'internazionalità dell'ateneo bolognese.

La Sala dello Stabat Mater fu intitolata così in memoria della prima esecuzione, tenutavi il 18 marzo 1842, dello Stabat Mater di Gioacchino Rossini, sotto la direzione di Gaetano Donizetti.

All' interno del teatro anatomico si può ancora vedere la finestrella da cui l'incaricato dell'Inquisizione controllava che le lezioni fossero tenute secondo i canoni dell'ortodossia.

La Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio, la più grande dell'Emilia-Romagna, conserva importanti testi nelle discipline storiche, filosofiche, politiche, letterarie, artistiche, biografiche e bibliografiche ed una sviluppata sezione dedicata alla cultura bolognese. Tra l'altro, la biblioteca conserva circa 35.000 manoscritti ed incunaboli.

Silvia Macchiavelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
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